Il dress code per il successo: manager in completo o in felpa?

Il dress code per il successo: manager in completo o in felpa?

Il lavoro in ufficio ha sempre previsto un dress code specifico. Il manager vestito con completo formale è un’immagine a cui siamo sempre stati abituati.
Dress for Success è un libro scritto da John T. Molloy nel 1975 che per 30 anni ha dettato le regole e i codici di abbigliamento adatti alla vita in ufficio e a posizioni di successo.
Molloy sosteneva che l’abito che indossiamo rispecchia la nostra professionalità, pertanto sul luogo di lavoro è fondamentale vestirsi in modo formale e serio, per una questione di decoro e di raggiungimento di obiettivi e successi.

Oggi è ancora così?
Secondo uno studio condotto dalla Yale School of Management nel 2014 vestirsi in modo professionale in ufficio accrescerebbe la produttività nel lavoro, perché andrebbe ad incrementare la sicurezza e l’autostima personale.
Questo è un aspetto che chiunque di noi può facilmente testare nella propria quotidianità provando, per un giorno, ad indossare un abbigliamento più formale rispetto al solito.
È altresì vero che qualunque cosa indossiamo ci influenza in qualche modo. Ad esempio gli abiti informali da week end e tempo libero ci pongono in uno stato generale di relax e buon umore; viceversa lo stesso succede per quando ci vestiamo per andare a lavoro: adottiamo le caratteristiche collegate a quello che indossiamo, ovvero induciamo il cervello a comportarsi in modo coerente con quel significato.
Tuttavia c’è anche chi sostiene il contrario, ovvero che queste ricerche non sono fondate su risultati scientifici ma su dichiarazioni dei diretti interessati.

 

Certo è che ultimamente le cose stanno cambiando. Dagli Stati Uniti, in particolare dalla Silicon Valley, si sono fatti grandi passi avanti.
Per la serie l’abito non fa il monaco, i nuovi CEO giovani e un po’ nerd hanno dress code ben diversi dal classico completo da ufficio: felpe, magliette, abbigliamento casual, qualche polo, sono gli abiti del successo di oggi.
Oltre a loro, molti altri personaggi, anche di notevole importanza, hanno abbracciato uno stile più casual, spesso fidelizzandosi a specifici outfit.
Qualche esempio? Ovviamente il signore di Facebook, Mark Zuckerberg, ma anche personaggi come Diane Keaton, Christopher Nolan, perfino il presidente Barack Obama e lo scienziato Albert Einstein.
Che cos’hanno in comune? Hanno elevato l’abbigliamento casual al successo.
Albert Einstein affermava di non poter sprecare energie intellettuali per pensare a cosa indossare, infatti portava sempre un abito grigio, in tutte le sue varianti.
Anche per il presidente Obama è qualcosa di simile: ha dichiarato a Vanity Fair di avere troppe decisioni da prendere, da qui la necessità di tralasciare scelte che riguardano cosa indossa e cosa mangia.
Un altro personaggio che deve essere assolutamente citato è certamente Steve Jobs, l’uomo con il dolcevita nero. Per lui, il look è stato un brand utilizzato per essere più riconoscibile agli occhi del pubblico. Anche questa è una modalità di sfruttare l’abbigliamento per ufficio per raggiungere obiettivi di successo.

 

Dopo questa panoramica contemporanea, occorre arrivare a una conclusione. Dagli esempi contemporanei, sembra proprio che Molloy e il suo Dress for Success siano stati superati, almeno in parte, poiché ancora oggi persistono ambienti conservatori e istituzionali in cui è d’obbligo un abbigliamento molto formale.
Quello che è stato superato in molte realtà è il puro lavoro in ufficio di 8 ore, in favore di lavori flessibili, smart, che si possono condurre da remoto, quindi da casa o da uno spazio condiviso con altre persone. Se cambia il modo di lavorare, si modifica obbligatoriamente anche il nostro approccio agli abiti per l’ufficio.
Inoltre, in questi ultimi anni l’attenzione si è spostata sul benessere di dipendenti e operatori: tutto viene influenzato dalla ricerca di salute e benessere, quindi anche gli outfit.
Tutto ciò porta a uno sdoganamento formale delle figure direttive; l’esempio eclatante è ancora Mark Zuckerberg di Facebook: lui è davvero l’antitesi dell’amministratore delegato formale e distante, ma, se lui è un paradosso, questo è comunque il mood verso cui tendere.
Tutto il resto, poi, viene di conseguenza.

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